08 novembre 2008

Verifica di Storia

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1) Chi sono gli "untori" durante il periodo della peste
quelli che ungevano le persone malate 
persone che usano le erbe per cucinare
medici che provano a curare la peste
quelli che proteggevano le case dalle streghe, ungendo le porte
le persone che ungevano gli ammalati
 
2) Che cos'è un lazzaretto
il lazzerotto è una persona che dice delle cose false alle altre persone
Lazzoretto è una persona che dice cose senza senso
dove curano i maiali
un lazzaro è una persona che cerca di fregare una persona dicendo delle cose non vere
è una specie di medico
 
3) Chi è un "mecenate"
un signore ricco che si occupava di mantenere le famiglie povere
un Mecenate è della famiglia Medici ed è amico dell'imperatore romano Augusto
 il mecenate è una persona che produce qualcosa e poi la da a un'altra che, in un'altra bottega, la vende e poi il ricavo viene diviso
 un mecenate è una persona che decide cosa deve fare l'altra persona
era una persona che cambiò le Signorie in Principati
 
4) Cos'è l'Umanesimo
 l'Umanesimo è quando un signore ricco paga qualcosa o da bere o da mangiare a un signore povero
l?umanesimo è il governo della signoria intesa come la signoria che comanda tutto il popolo
è una forma religiosa che si svolgeva nelle chiese
è uno stile d'arte
 
5) Cos'è una Signoria
è il castello del signore
è la casa del signore tipo la chiesa
la residenza del signore dove vive con i suoi servi scribi e persone che lo aiutano
è un grande monumento
le persone ricche
sono delle persone riunite a parlare di cose
è un'associazione del XV sec
 
6) I Medici a Firenze
 erano i capi dei medici
 
7) I dogi a Venezia
i doghi a Venezia erano 2
sono i duca, ma con un altro nome
 
 
 
Legenda: età anagrafica 12 anni, età mentale...indico un sondaggio!

28 settembre 2007

Erano solo ragazzi in cammino

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Ecco la versione intelligente della semplice prova di Hosseini: la biografia romanzata (dal geniale ed impegnato Dave Eggers) di Valentino Achak Deng, profugo da quell’angolo di sabbia infernale che è il Darfur, Sudan.

Scrolliamoci di dosso l’illusione un po’ patetica di essere dei sopraffini intenditori di intimistiche tragedie e sentimenti profondi, conoscitori esperti delle complesse dinamiche umane, provetti arbitri elegantiae nell’espressione degli strati più profondi dell’anima, titoli di cui ci fregiamo per aleatori meriti di cultura, di censo, di casta, di etnia e religione.

Volgiamoci con un po’ di umiltà, anche letteraria, a quest’uomo così nero, così africano, e così straordinariamente capace di darci una grande lezione di introspezione.

 

Valentino Achak Deng nasce e vive alcuni anni in una terra multietnica e pacifica, finchè questa viene devasta da parte di bande di murahaleen, assoldate dal Governo centrale del Sudan per evacuare il sud del paese, sotto la cui arida terra e nel cuore di una tradizione di agricoltori, si è scoperto scorrere il petrolio. Per appropriarsene e sfruttarlo, non esita a trucidare i propri abitanti. Così Achak fugge dall’annientamento del popolo Dinka, a 6 anni, insieme ad altre centinaia di ragazzi come lui: i Ragazzi Perduti. Attraversano il deserto nudi, senza cibo o acqua, inseguiti e stanati da uomini e animali feroci, morendo a migliaia. Quelli che sopravvivono raggiungono l’Etiopia, da dove vengono cacciati, poi il Kenya, dove vengono accolti e  imprigionati, ospiti forzati e detestati. Le prove estreme della sopravvivenza si vanificano e la vita vegetativa nel caos dei campi profughi mina la dignità che ancora rimane. Dopo 10 anni, un programma di recupero degli orfani da la possibilità ad Achak di ricominciare una vera vita in America…ma, come si dice, tutto il mondo è paese…

 

600 pagine di emozioni, lacrime e vergogna, intensi e reali.

Bellissimo, profondamente triste, straordinariamente istruttivo, dotato di quella scintilla di intuizione che va dritto al nostro cuore occidentale, bianco ed usurato.

Un romanzo di formazione, per chi ancora ne ha l’età mentale.

 

www.valentinoachakdeng.org

13 settembre 2007

Mille splendidi soli

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Vi prego, andiamoci piano con le parole…

Dovunque il secondo romanzo di Khaled Hosseini è clacsonato “Un capolavoro! Un capolavoro!”, cosa che assolutamente non è…quindi concludo che le mie misurazioni sono sostanzialmente differenti da quelli altrui.

Non mi resta che prendere le distanze: come potreste mai definire “un capolavoro” un’abbuffata al fast food (anche se state morendo di fame e si sa che la fame è un buon condimento) o una pizza fumante e birra fredda davanti alla partita ( anche se, sono sicura, in un momento così non potreste desiderare altro)? Un capolavoro, per proseguire la metafora, è una cena elaborata, composita, inserita in un contesto perfetto, dal vino all’atmosfera, evento unico ed irripetibile, il cui ricordo rimarrà fissato per sempre.

 

Mille splendidi soli è semplicemente un romanzo non tanto ben costruito (la trama non si amalgama, ma giustappone delle sequenze), pessimamente scritto (vedi sotto le voci: banale, noioso, spesso melenso, corretto senza essere originale, piatto e semplice semplice semplice), privo di un serio approfondimento psicologico dei personaggi, portatore di una morale lapalissiana, cioè che “il dito accusatore di un uomo troverà sempre una donna a cui dare la colpa”. Questo è abbastanza vero in qualunque parte del mondo, non c’è bisogno di andare fino in Afghanistan.

 

La vicenda di Mariam, figlia illegittima nell’Afghanistan degli arcaici vincoli sociali, si svolge inevitabile e triste nella rassegnazione di sé e in un limbo di anni uguali a se stessi, fino alla casuale collisione con un’altra donna, Laila, più giovane e volitiva, che porta in sé la fiammella della speranza e la pietra preziosa della determinazione. Unendo le loro vite e le loro forze, riescono ad ottenere quel primo, piccolo, ma importante riscatto sulla via per un mondo migliore.

 

Quello che emoziona in questo romanzo è proprio il filo di un’esistenza femminile destinata – e a volte votata – all’infelice secolare sottomissione all’uomo, alla logica del potere e della forza, cioè quello che è sempre accaduto, ed ancora oggi accade in molte realtà nostrane e non, e in cui soprattutto noi donne ci identifichiamo per ancestrale abitudine o per la nostra proverbiale coda di paglia.

Tragico e romantico insieme, doloroso e commiserativo, l’impianto del romanzo è smaccatamente ricattatorio, dal momento che ci sfida a non commuoverci di fronte all’infinita serie di tragedie storiche e sociali in cui occorrono le protagoniste. Si legge molto in fretta, presi più dalla corrente superficiale del cosa succederà che da una inesistente forza trascinante e profonda.

30 maggio 2007

Le pecore e il pastore

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Gli anni passano per il maestro Camilleri, non è un mistero, e forse essi lo liberano dalla necessità di stupire il mondo; non ha più bisogno di comporre opere prime, catturare il succo della terra siciliana e tradurlo in storie.

Fino ad ora abbiamo potuto godere di un prodotto letterario finito. In questa occasione ha forse voluto accompagnarci dietro le quinte della composizione di un romanzo, dove nasce l’idea, dove si fiuta la storia, per mostrarci come si insegue il sottile filo che unisce la realtà alla finzione letteraria, dove la storia e le storie si confondono in una voce narrante.

“Le pecore e il pastore” non è un romanzo, né un racconto in sé, bensì il racconto di come comincia un racconto, cioè il luogo mentale dove ha origine la scintilla creativa, una nebbia densa di indizi e personaggi che man mano si rischiara in diversi piccoli intrecci, ancora seperati da nessi mancati, caratterizzato da piani temporali ancora sfasati, disomogeneità di luoghi, motivazioni deboli, scarsi elementi.

La scintilla scatta leggendo in un libro una breve nota a piè di pagina, una postilla quasi insignificante che, però, lascia intravedere tutto un mondo di interrogativi. Camilleri ci spiega quale grande piacere sia seguire l’indizio, comparare le prove, verificare l’attendibilità delle fonti, scoprire il dettaglio , l’informazione, l’intuizione che ci spinge più in là, più vicino a quale verità o segreto non sappiamo ancora, ma che pregustiamo, come una caccia al tesoro, sofferta, piena di vicoli ciechi, false piste, dove il tesoro è magari reale, ma irraggiungibile.

La morale è che, come sempre, il piacere più grande, sta nella ricerca….

a) dove (ubi)

Camilleri ci guida in un tour storico investigativo nei luoghi che costituiranno lo scenario del “fatto”:

1)      l’eremo boscoso della Quisquina, sopra Palermo, che Rosalia Sinibaldi, futura santa patrona della città, nel XII secolo, scelse come luogo di ritiro mistico. La Quisquina diventerà via via nei secoli un rifugio di santi e peccatori, di fuggitivi e asceti, accogliendo prima e tradendo poi, infine, nel XIX secolo, “Il pastore”.

2)      il convento di monache benedettine del San Rosario di Palma, fortemente voluto dalla famiglia Tomasi, principi di Lampedusa, nel XVII secolo; nelle sue celle trovarono perpetua dimora le figlie in tenera età dei Tomasi, antesignane de “le pecorelle”, quasi sacrificate sull’altare di un fervore mistico totalizzante.

b) chi (quis)

I personaggi che si muovono, inconsapevoli, gli uni verso gli altri, in un sentiero tracciato in tempi diversi.

      1) Giovanni Battista Peruzzo, Vescovo di Agrigento, difensose dei diritti dei contadini nella terra principe del latifondo, la Sicilia. Simbolo della contraddizione in seno alla Chiesa, combattuto tra l’anima povera e l’anima ricca, tra la giustizia e la sottomissione, tra la missione e l’obbedienza.

Amato e temuto da molti, subisce un agguato quasi mortale nel perimetro sacro e profano della Quisquina; la sua sopravvivenza sembrerà ai più un segno della benevolenza divina.

2)    Suor Maria Crocifissa della Concezione, secondogenita di Giulio Tomasi e di Rosalia

Traina, venuta al mondo con un destino monastico, nel 1658 a soli 13 anni entra nella clausura del convento del San Rosario di Palma, insieme alle sorelle. Tra digiuni, preghiere, cilici e frequenti estasi, leggenda vuole che il Diavolo in persona intrattenesse un carteggio con lei e, alla fine, deluso, le lanciasse addirittura un sasso. Il suo sventolato ideale mistico, la sua abnegazione in nome dell’obbedienza, nonostante vari indizi facessero pensare più ad un disagio psichico che ad una naturale vocazione, la portarono alla soglia della santità, e ne fecero un esempio per tutte le future consorelle.

c) cosa, in che modo (quomodo) e quando (quando)

Il fatto in nuce si distingue in due fasi: nel 1956 il vescovo si trova alla Quisquina in compagnia dell’amico Don Graceffa, quando ignoti gli sparano. La ferita è molto grave, ma Peruzzo resiste fino all’arrivo dei soccorsi e, dopo vari giorni in bilico tra la vita e la morte, si salva. Sebbene in molti avessero interessi politici alla sua dipartita, soprattutto per la sua pozizione a favore dei contadini, la stampa, le forze dell’ordine e infine il processo stesso non ne fanno mai cenno, e tutto si risolve in una questione di banditismo.

Contemporaneamente a questi fatti, nei giorni in cui Peruzzo si trova in condizioni gravi, la comunità del monastero benedettino di Palma di Montechiaro, guidato dalla Badessa Enrichetta Fanara, per unanime consenso, sacrifica la vita di 10 giovani suore in un patto con Dio per il quale, a fronte delle 10 vite, sia fatta salva quella del vescovo.

Il fatto è inquietante. Le pecore, trascinate da fervore mistico, nella scia di tradizione del convento, commettono forse un sacrilegio di cui non si rendono conto, concedendo nuova linfa ad antichi riti pagani, a una visione del mondo precristiana, ad una febbre poco ortodossa e poco religiosa, che dal mistico sconfina assurdamente nell’eretico.

d) perché (quid)

Camilleri, e tutti i lettori con lui, si interrogano sulle ragioni che possono aver condotto a quest’epilogo, e più in generale, sulla natura dei rapporti che legano emblematicamente le pecore e il pastore, le contraddizioni mai sciolte tra clero e fedeli, tra dogmi e sentimenti.

L’autore investiga su tutti i dettagli, le sfumature, i moventi e gli sfondi psicologici, ma data la materia trattata, il suo istinto investigativo, infine, si arrende, con una domanda in punta di penna…..al di là, una storia tutta da immaginare.

 

Il gioco dell’investigatore ci viene servito come piatto unico, ma è solo un antipasto che ci stuzzica l’appetito e ci lascia a pancia vuota. Gli indizi, i brevi approfondimenti storici, le poche notizie costutuiscono probabilmente un buon canovaccio per una storia, non la storia stessa.

Da questo lavoro preparatorio si potrebbe forse ricavare una grande storia sicialiana di contesti, personaggi e segreti inizialmente da immaginare, lentamente da svelare, pienamente da gustare e infine completamente da portare alla luce, in una cornice romanzesca ampia e compiuta.

Le motivazioni dell’autore alla base di questa scelta rimangono insondate.

17 maggio 2007

Cunnilingusville



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Augusten Burroughs

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Strade Blu - Mondadori, 2007

 

 

Non fatevi ingannare dal titolo, Cunnilingusville, scelta dell’editor italiano a mio parere accattivante solo nelle intenzioni e assolutamente fuori luogo, dato che, per inciso, l’autore è gay.

Il titolo originale, Magical Thinking, allude a quella vaga suggestione mentale che talvolta, con la propria forza ( e soprattutto con il nostro fervente desiderio),  agirebbe sulla materia cambiandone in modo “magico” le regole che le sovrintendono così da mutare per una volta, per quella vitale, fondamentale volta, il regolare corso del destino.

L’autore di questa raccolta di mini-racconti autobiografici, Augusten Burroughs, ci informa di esservi ricorso spesso, utilizzando il pensiero magico come una sorta di mantra, di antidoto mentale all’avvelenamento della vita che, nel suo caso, più che avventurosa potrebbe definirsi tragicomica con lieto fine.

A cosa gli sia successo di così strano allude qua e la, tra le righe, mai melenso o sentimentale, piuttosto crudo, a volte brutale e secco, ma sempre così piacevolmente acuto, ironico, brillante, divertente. Un David Sedaris con una materia più ricca a cui attingere, con una scrittura più profonda e tormentata, più intensa. Ciò che ci racconta spazia dalle relazioni con i suoi uomini, dagli incontri occasionali nei bar a quelli con i vari fidanzati, al suo lavoro creativo di successo per la pubblicità, a vari eventi resi accattivanti e irresistibili dal suo modo unico di raccontare, come ad esempio Debby, la donna delle pulizie che si infiltra nella sua vita come un navigato agente della Cia, o del topo clandestino, o del viaggio nella terra degli Amish.

Sarcastico e originale, un duro dal cuore tenero nonostante tutto, tanto più amabile quanto più è cattivo, umile o snob all’occorrenza, umorale e contraddittorio, di una vitalità davvero eccezionale.

Un auto-personaggio, creatosi sulla carta dalle proprie ceneri nella vita reale, irresistibile.

 

 

 

02 maggio 2007

Io & Marley



cari bloggers,
torno finalmente in superfice, dopo un periodo sotterraneo di bui e alterni stati umorali, con un libro dall'effetto balsamico, aperto come una risata inaspettata, piacevole come un massaggio tonificante, che compie un transfert liberatorio e terapeutico dall'autore al lettore:

IO & MARLEY

in principio ci sono John e Jenny, coppia di giornalisti trentenni sulla soglia della vita adulta. La carriera inizia a consolidarsi, comprano una casa nel sud della California, sperimentano l'agognata convivenza e conducono un sano stile di vita da single mangiando pizza, bevendo birra e godendo l'uno dell'altra.
Di pianificazione familiare neppure si parla, ma galeotta fu la pianta: lui la regala a lei, lei le concede troppa acqua e quella, sommersa dal troppo amore, muore. A questo punto lei entra in crisi: sarò mai in grado di prendermi cura di qualcuno? Saremo mai in grado di allevare dei figli?
La soluzione si profila nell'imparare a fare pratica....con un cane! E così la famiglia si allarga e fa la sua entrata un cucciolo di golden retriver, chiamato Marley in omaggio al grande cantante giamaicano.
Marley, il cane, non è esattamente un esempio di bon ton canino, dal momento che sbava ovunque, sventra divani e materassi, ingoia oggetti di varia natura (in una vasta gamma che comprende collane in oro e cacca di gallina) e non si vergogna di bere direttamente dalla tazza del gabinetto. Mastica qualunque materiale esistente, dalle scarpe ai cimeli di famiglia, si muove in modo goffo e maldestro e coabita con gli umani senza alcuna inclinazione al portamento e all'obbedienza.
Oltre a subire comportamenti socialmente discutibili, I Grogan sono costretti a ricorrere a lavori di ristrutturazione della loro casa ogni volta che si profila un temporale, a causa della furia cieca e del puro terrore che si impossessa di Marley al primo accenno di tuoni e pioggia.
Impossibile e ingestibile, restio al meccanismo base dell'apprendimento, indistruttibile quanto adorabile, eccentrico e un po' attore.
Il mentalmente instabile, disastroso, grosso, energico, inarrestabile Marley fa fare tanta e tale pratica ai Grogan che questi, convintisi di essere pronti e in grado di gestire una eventuale prole, sfornano ben tre figli.
La famiglia risulta quindi composta da 6 membri a pieno diritto. Marley accompagna tutti i suoi disastri con un incrollabile entusiasmo e un amore granitico e incondizionato per il resto del "branco", a cui destina attenzioni costanti per tutti i 13 anni della sua vita.
L'autore, John Grogan, riesce nella non facile impresa di raccontare il quotidiano senza annoiare, con un humor e una vivacità sorprendenti. Non si limita a raccontare le imprese, eroiche o esilaranti che siano, di un cane, ma arriva al nocciolo della fedeltà canina e all'essenza dell'affiliazione umana, legame che tiene avvinte le due specie dai tempi delle caverne.
Un libro che esorcizza il pudore di sentirsi così sentimentalmente coinvolti con gli animali, che libera dalla sciocca vergogna di amarli profondamente, che ribalta i termini di sudditanza uomo/cane e ne ribadisce con rinnovato rispetto lo status di antica amicizia.

11 febbraio 2007

Gomorra



Noi Italiani siamo abituati ad avere familiarità con fenomeni storici complessi come la Mafia e la Camorra attraverso l'occhio mediatico, attraverso il cinema: un'etica malavitosa resa cult in film amercani di successo, dove il boss mostra un'immagine trendy, veste griffato, fa la bella vita e, infine, muore da eroe.
Nella realtà della finzione rimaniamo affascinati da un'immagine sfolgorante di potere che rivestiamo di luci virtuali e collochiamo lontano, in un olimpo hollywoodiano che ci rende assurdamente orgogliosi di una notorietà riflessa. La Mafia, la Camorra, non le sentiamo davvero a casa nostra, come una reale, continua emorragia di sangue, risorse, dignità...bensì come fenomeno di costume, caratteristico ed endemico, un souvenir come le gondole e il mandolino.
La prima cosa sconcertante è che loro per primi, i boss, hanno preso a modello le loro controfigure cinematrografiche, copiandone soggetti, atteggiamenti, tic, manie, e addirittura interi set. La seconda cosa è che a darci qualche spiegazione, a farci un'amara lezione sulla materia, a ragguagliarci sul come vanno le cose oggi, è un ragazzo del popolo napoletano, Roberto Saviano, armato di un coraggio davvero estremo. Con le sole armi della propria intelligenza, di occhi e orecchie sempre all'erta e dell'impossibilità di conciliare resa e destino, si è alzato contro i giganti del business e della morte. Se non fosse tragico, sarebbe comico.
I contenuti di questo libro-inchiesta sono sconvolgenti e scioccanti. Nessuna finzione o iperbole, nessun trucco o esagerazione. Un libro sulla Camorra, su una realtà che nessuno vuole ammettere, una cruda ed agghiacciante verità.
Tanto per cominciare, la "Camorra"non è più la Camorra: nessuno usa più questo termine desueto. Ora si chiama "Il Sistema", una parola semplice ma di effetto, che definisce in modo preciso e perfetto quello di cui parliamo: un sistema economico fluido e allo stesso tempo complesso, un apparato organizzativo imponente e ramificato come uno stato, interculturale, transetnico, che impiega capitali economici ingenti, che utilizza tecnologie moderne, mantiene il controllo in modo militare e, sfruttando allo stesso modo droga, armi, commercio e persone, realizza utili da capogiro.
Uno stato di violenza e profitti che non ha lo Stato contro, bensì entrambi traggono benefici dalla comune e proficua convivenza. Boss che si mostrano con il volto dell'imprenditore di successo, clan che sfoggiano la benevolenza di padri di famiglia, sostenendo le famiglie degli affiliati, famiglie che si insanguinano dei delitti più atroci vantando una forte fede cristiana. Contraddizioni forti eppure reali. La condanna e la macchia di nascere nel cuore di questo impero del male e doverlo combattere o soccombervi, oppure la colpa o la vergogna di ignorarlo o sottovalutarlo.
Una consapevolezza amara e tardiva di aver varcato un limite impensabile per le coscienze ci coglie nel leggere la lettera scritta ad un prete da un ragazzino rinchiuso in un carcere minorile:
"Tutti quelli che conosco o sono morti o sono in galera. Io voglio diventare un boss. Voglio avere supermercati, negozi, fabbriche, voglio avere donne. Voglio tre macchine, voglio che quando entro in un negozio mi devono rispettare, voglio avere magazzini in tutto il mondo. E poi voglio morire. Ma come muore uno vero, uno che comanda veramente. Voglio morire ammazzato."
Una cultura del successo che malvagiamente attrae, invece che indignare, che affascina i giovani, che sfrutta, che alla fine fa sempre la stessa cosa: uccide. Dignità, speranza, innocenza, onestà.
Sviscerare più a fondo i temi trattati nel libro toglierebbe il valore di testimonianza insito in esso: l'invito, quindi, è di leggere con partecipazione, scegliere di sapere. Le motivazioni che spingono a  questa urgenza, sono espresse dall'autore stesso con una lucidità sconcertante:
"Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati.. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o ignorare-e riuscire quindi a vivere serenamente. (...)
E così conoscere non è più la traccia di un impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare."
(pag. 330-331)
A testamento ed ispirazione di questo lavoro profondamente intellettuale, oltre che di valore storico contemporaneo, il famoso "Io so" di Pasolini, citato da Saviano tra le sue pagine:
Io so
"Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero....

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale....

All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo..."
Pier Paolo Pasolini
Corriere della Sera, 14 novembre 1974

14 gennaio 2007

I Barbari



Se da un po' di tempo avete la sensazione che un nemico alieno si aggiri strisciante e furtivo tra voi, che impalpabile e vischioso si confonda in un orizzonte rassicurante e familiare; se avete l'impressione che occhi estranei vi osservino e che le persone intorno a voi, improvvisamente, comunichino tra loro in una lingua sconosciuta, è perchè I Barbari sono tornati, e questo è soltanto l'inizio!
Un'onda di tsunami che inesorabile e costante colpisce i confini del nostro tempo in una lenta e strategica avanzata, sommergendo e mutando la geografia del nostro territorio. Come già al tempo dei Romani, essi si infiltrano, efficaci e fugaci, colpendo le retrovie e ritirandosi nella boscaglia carichi di bottino. Nessuno li conosce e sa che aspetto abbiano, cosicché la loro fama di invincibili giganti li precede, seminando il panico, fino al cuore dell'impero.
Chi sono e cosa vogliono? Da dove vengono, come agiscono, ma soprattutto, come combatterli?
Alessandro Baricco torna al genere che più gli è congeniale, il saggio, per comporre l'identikit del moderno Lanzichenecco, responsabile dei ripetuti saccheggi alle propaggini esterne del nostro dominio culturale e di pericolose incursioni ai capisaldi del nostro dna sociale.
Con un meccanismo piuttosto banale e scontato si tende a identificare i nuovi barbari tout court con le nuove generazioni e lì a circoscriverli come un'anomalia, una generazione di pazzia che a volte capita in una discendenza nobile. Li vediamo nati dal ventre del consumismo, cresciuti nell'era dell'immagine e del disimpegno, nutriti dalla balia della facilità e della futilità. Li osserviamo dare per scontate la scienza e la libertà, non sapere nulla degli incredibili anni '70, ignorare l'esistenza dei favolosi anni '60, dei mitici anni '50, la drammaticità e la sofferenza della guerra e via via all'indietro fino all'inizio del mondo: non riconoscono eredità alcuna in questa stratificazione storica, non si sentono il prodotto di una concatenazione generazionale, non hanno alcun interesse a criticare ideali o valori. Ragionano in termini di velocità di movimento anziché di analisi riflessiva, superficie al posto di profondità, sequenze di frammenti di esperienze al posto di un unico lungo percorso, emozioni invece di sentimenti.
Increduli e boriosi contestiamo con forza quest'etica che consideriamo distorta, furba e senz'anima, forse perché siamo invidiosi che i nuovi arrivati ottengano con meno sforzo risultati migliori dei nostri e perché il vecchio mondo ci ha nutriti con l'idea che solo la fatica e la sofferenza ci possano premiare.
Questi barbari non sono portatori sani di una cultura regredita, ma appartengono, invece, a un mondo geneticamente mutato, un mondo dove, sostiene Baricco, non si respira più con i polmoni, ma con le branchie. Gli uomini mutano struttura, modo di vedere, di respirare, di pensare. E noi, abitanti del Vecchio e Morente, non ci siamo guardati bene allo specchio: facciamolo e noteremo un accenno di branchie. La mutazione è anche dentro di noi. E' un'onda che ci trascina, che ci accompagna, che ci porta altrove. Questo Altrove non coincide con l'Ade e dietro il cambiamento non vi si nasconde Satana. Più semplicemente stiamo navigando verso un mondo nuovo, germogliamo da un bulbo che ha esaurito la sua funzione, ci evolviamo. E se in questo processo perdiamo qualcosa, non è certo l'anima. E' già accaduto innumerevoli volte nella storia: la maggior parte di ciò che si è costruito, progettato, realizzato, è andato perduto. Eppure noi ci consideriamo i legittimi e fortunati eredi del paradiso terrestre, l'adattamento vincente al cambiamento. Ebbene....la corrente del cambiamento ci trascina ora con sé e, volenti o nolenti, ne cavalchiamo l'onda.
Baricco mette magistralmente in evidenza il nostro stato migratorio: mentre con polmoni nostalgici respiriamo il disorientamento nel maremoto della mutazione, contemporaneamente con le neonate, formidabili branchie, assaporiamo l'ossigeno di una nuova energia creativa.
Un viaggio emozionato e stupito sul perimetro delle nostre isole, un tuffo nel mare delle prospettive di domani, accompagnati da un Leonardo prestato alla letteratura che ci mostra uno specchio sorprendente in cui guardare al di là del nostro naso, da un capitano Ulisse che ci spinge al di là del mito delle colonne d'Ercole del nostro piccolo mondo conosciuto.

07 gennaio 2007

Il matrimonio di Liz Jones



Donna moderna e giovanile, con una carriera ben avviata corredata di stress, stipendio medio-alto, manie e idiosincrasie nella norma, affetta da shopping compulsivo, cerca marito optional, massimo trentenne, piacente e dotato, preferibilmente di spirito raffinato e amante dei gatti.
Offresi talamo a due piani con giardino privato, stereo e tv via cavo incorporati, mantenimento di qualità e possibilità di benefits da valutare in base al profilo e al potenziale: macchina, abbonamento in palestra, cene nei migliori ristoranti, week end di relax in giro per il mondo.
Liz Jones fa dell'autoironia, londinese e frizzante, il registro di scrittura di un diario-cronaca della propria vita sentimentale, incentrata sulla vera storia d'amore tra sé e il suo giovane marito, carino, mantenuto e nullafacente.
Dopo aver speso anni in preparativi per inviti mai ricevuti, risposte a domande mai formulate, interessi non suscitati, e aver investito lustri e denari in uomini che non si accorgevano nemmeno della sua presenza, incontra un ragazzo (molto) più giovane, che la corteggia. Abbandonata ogni residua prudenza, investe tutte le proprie risorse, materiali e non, nel costruire un lussuoso castello in aria. Il maritino, servito e coccolato, finisce col dimenticarsi di ringraziare e cresce insolente ed egoista, soffocato di attenzioni. La mogliettina, esausta, si ritrova con il solo desiderio superstite che tutto questo, semplicemente, finisca, e che il bel consorte faccia le valige e torni da mammà.
Liz Jones assomiglia alle donne che già si sono riconosciute in Bridget Jones: insicure e nevrotiche, alla ricerca spasmodica di ritorni affettivi, icone in fuga dal carcere dei single. Intelligente, brillante, alla moda, attenta al proprio aspetto e di buon carattere, finisce per chiedersi come sia possibile non meritarsi qualcuno alla propria altezza, come sia possibile essere scartata da uomini meno belli, meno in gamba, meno interessanti.
(Forse la causa sta nel pervicace e cieco perseguimento di ogni causa persa. Se avesse dato il benservito al pupo nel giro di un paio di capricci, invece che allevare un adolescente svogliato e strafottente, forse ci sarebbe stato spazio per una relazione perlomeno adulto/adulto. Se non si fosse intestardita a corteggiare uomini palesemente non adatti a lei (e a nessun altra...), forse ci sarebbe stato il tempo per incontri più ricchi di premesse.)
La parabola sentimentale di Liz Jones, da single a (forse) divorziata, passa per una penosa convivenza, senza il beneficio di qualche verità appresa: il suo diario autoironico diventa ben presto una cronaca dall'inferno dell'umanamente insostenibile, lucida e al contempo farneticante testimonianza di una sindrome da dipendenza.
Il lettore soffre giusto il tempo di comprendere quanto sia dannoso per lei ed estenuante per sé continuare questo calvario: a differenza della protagonista, a cui manca il coraggio di apporre da qualche parte la parola fine, egli rinuncerà sicuramente prima...

03 dicembre 2006

Ebano



"Ebano" è l'Africa assolata, fornace a  mezzogiorno del mondo, fascio di paralleli culturalmente inesplorati, cultura di antiche culture, miccia innescata di conflitti esasperati, ma soprattutto pura convenzione geografica: in realtà, ci confida l'autore, l'Africa non esiste.
Continente troppo vasto e contenitore troppo ricco e vario per avere un'unica definizione, l'Africa è un logo occidentale brevettato dal colonialismo e marchiato a fuoco sulla pelle nera dei suoi abitanti: aids, miseria, fame, guerre civili. Fenomeni tragicamente reali, ma finora osservati dall'occhio presuntuoso dell'uomo bianco, dal senso di colpa dell'ex schiavista, dall'arroganza del conquistatore che ha appena barattato un impero economico con le perline della libertà.
Per cominciare a comprendere un universo eterogeneo di popoli e culture differenti in un'area tanto vasta è necessario recarsi sul posto e spogliarsi della nostra forma mentis, vivere le loro stesse realtà e osservare il più possibile: lo ha fatto l'autore di questo libro-reportage, il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, che per anni ha immerso la sua anima bianca nell'aria arroventata africana, tra i volti di diverse sfumature di nero, nelle loro case, nelle loro città, nel deserto, nella savana, nella foresta, sulla costa e nell'interno, in viaggio con loro, nel clima impossibile che annulla la volontà, nel mondo degli spiriti che domina le notti africane.
Le sue parole ci accompagnano in un mondo semisconosciuto e semileggendario: un mondo dove, ad esempio, il tempo segue leggi differenti. Non esiste infatti in sé e per sé, in quanto dimensione esterna ed indipendente da noi, non scorre come un fiume secondo un proprio ritmo ineluttabile. Il tempo in Africa si definisce nel momento in cui l'azione si compie; se l'azione non si verifica, il tempo non è né già passato, nè sta per arrivare, semplicemente non esiste. Tutto è come sospeso in una immobilità silenziosa, in un limbo abulico e inconsapevole, senza aspettative né ansie, in una logica che non comprende un prima e un dopo di ogni cosa.
Un mondo ancora misterioso dove la religione non è un credo personale, ma una manifestazione del reale. Oltre ai vivi esistono infatti gli spiriti degli antenati che influenzano, guidano e interagiscono di countinuo con le persone, a volte addirittura punendole; poi esiste un più vasto mondo di spiriti che permea ogni cosa: gli alberi, le rocce, la casa, i luoghi, gli oggetti, perfino un granello di sabbia, tutto cela in sé un'essenza interiore che pulsa e vibra con il resto del creato e che deve essere rispettato. Un mondo dove coesistono orrori e meraviglie, dalla malaria agli eccidi del Ruanda, dalla storia della Liberia ai tiranni-bayaye, dalla natura crudele alla natura spettacolare, un mondo di persone che non conosciamo.
Questo racconto non-racconto scorre in aneddoti, cronache e ricordi, fluido come un buon vino a una cena di amici: intrattiene, a volte commuove, spesso insegna e a tratti sconvolge. Raro e prezioso in un'era telematica e virtuale che ignora un intero mondo fisico. Per chi vuole sapere.

26 novembre 2006

Le ali della sfinge



Da qualichi tempo il commissario Montalbano, quasi sissantino, si arrisbiglia la matina di umore sempre cchiù nìvuro, nirbùso assà, ma non a causa del travaglio sò, bensì scantato dalla vecchiaia che gli acchiana le scale di casa, indesiderata ospite da qualichi anno a questa parte.
Voi per un senso di  paternità delusa, voi per la storia con Livia oramà arrivata a un bivio, voi per il disincanto venuto doppo anni di spirenzia nella polizia, s'arritrova sulla stissa linea di foco di Montalbano primo e Montalbano secunno, che, ammucciati nel ciriveddro sò, attaccano turilla cedendo l'uno alle lusinghe della vecchiaia, opponendosi l'altro, e a turno santiano, s'arrispunnino, fanno catunio.
A distrarlo dai malo pinsèri ci si mette il nuovo caso di una picciotta poco più che vintina, una bella fìmmina, trovata morta ammazzata in una discarrica abusiva. Senza vestiti né documenti, gittata in un loco diverso da quello in cui è stata uccisa, la squadra del commisariato di Vigata ha come unico indizio per poterla identificare il tatuaggio di una farfalla sulla spalla mancina.
Un paro di domande di qua, qualichi indagine di là e dù botte di fortuna, si vene a sapi che la farfalla in questioni è una "sfinge", una farfalla migratoria e notturna, come le picciotteddre dell'est vindute, novelle schiave, sul mercato siciliano per fari il mestieri e tatuate in serie comu le vestie; che ci trase macari ‘na associazione benefica, appattata con i parrini, che raccatta dalle strade di perdizioni le govani fìmmine costritte a fare la vita, ma anziché salvarle le ricicla come latre, finchè ‘na jurnata non ci scappò la morta...
E' cosa cognita che il commissario Montalbano mal digerisce questo munno dominato dalla logica della doppiezza, indovi un sequestro si arrivela ‘na messinscena da tiatro, indovi il lupo travestito da agnello abbada alle pecorelle smarrite, indovi la liggi segue i percorsi tortuosi dell'ipocrisia.
La struttura di questo romanzo gioca sulla natura pirandelliana del nummero, doppio ed opposto, che fa convergere e poi divergere i personaggi in situazioni speculari, di apparenzìa, come nel tiatro de' pupi. Lo spittatore già acconosce la sustanzia de' fatti e il piaciri consiste nel taliari e godirisi propprio tale spittacolo atteso: le comparsate di Catarella, il fiuto di sbirro di Fazio, le battutine con Mimì Augello, i pranzi sbafati alla trattoria di Enzo e le successive passiate a molo di mare, i piatti della cammarera Adelina assaporati assittato nella verandina della casa a Marinella, l'amicizia imbarazzata con la bella Ingrid, il rapporto col carattere fitùso del dottor Pasquano, quello impossibbile di Arquà, capo della Scientifica, quello untuoso del capo di gabinetto dottor Lattes, quello viscido del pm Tommaseo, quello burocratico del questore Bonetti-Alderighi e alla fine le vecchie, care, immancabili sciarratine con Livia...
Camilleri, sperto assà nell'arte del tiatro, si fici pirsuaso che le cose a ‘sto munno vanno accussì, di solito a scatafascio e a schifìo, raramente come dovrebbero esseri, talvolta inveci prendono una strata inconsueta e scognita, ma poi tutto arritrova il posto assignato nell'ordine delle cose criate: uno spittacolo vario, da ridiri e da chiangiri, ma tutto da raccontare. E ci ‘nzertò.

12 novembre 2006

Il club erotico del martedì



Un universo di donne si sveglia la mattina in un  mondo ancora affetto dal male della sopravvivenza e con armi di comprovata efficacia quali il non avere altra scelta, una ghiandola del cervello (sviluppatasi solo nelle femmine in ere di evoluzione) chiamata immaginazione e una sequenza ciclica di tentativi e fallimenti, si industria nel tenere insieme materie eterogenee che si scollano in continuazione, quali uomini, figli, casa, lavoro, rapporti parentali e sociali.
Come ci riescano e che formula usino appartiene al labile confine che separa il buon senso dalla scienza a venire. Fatto sta che questa attività le assorbe completamente, prosciugandole di qualsiasi risorsa, spremendole di ogni residua energia, portandole di continuo al di là delle loro forze, nutrendosi di un tempo necessario superiore a quello a disposizione in natura. Costantemente in debito di tempo e di ossigeno, si districano in una giungla fitta di impegni, di appuntamenti, esigenze e necessità e quando, sfinite, alzano lo aguardo per respirare, sono passati anni.
A questo punto le opzioni possibili sono: la pazzia, ma è sconsigliabile. La fuga, seppur dignitosa, un lusso. L'omicidio, eticamente scorretto. La droga, non risolutiva. E allora?
Per la scrittrice Lisa Beth Kovetz il rimedio alla frenesia dell'esistenza femminile, all'assenza dei maschi, alle sciagure e alle calamità di ordine vario si trova nel club erotico del martedì: quattro colleghe una volta a settimana, durante la pausa pranzo, si riuniscono nella sala riunioni per leggersi a vicenda i racconti erotici che hanno scritto riversando su carta desideri, sogni, fantasie ed attenzioni che il resto del mondo nega loro.
Una nicchia mentale fluida e promettente, uno spazio privato di energia rinnovabile a basso costo che conduce al traino il resto della vita. Un'opportunità di confrontarsi, di riunirsi e di rispecchiarsi in altre donne che, con modalità diverse, presentano un'indole affamata dello stesso nutrimento: fantasia, personalità, espressione di sé.
Aimee è una donna che lavora per vivere, con un talento nella fotografia riposto in un cassetto, un marito assente e un figlio in arrivo. Margot è ha una vita piena di successo professionale, ma priva di tutto il resto: affetti e amicizie. Brooke è ricca, dipinge quadri che nessuno nota e lavora per hobby. Lux, prototipo della segretaria bella e ignorante, nasconde coraggio e determinazione.
In fondo la natura erotica del martedì è solo un pretesto: le quattro protagoniste cercano un polo attrattivo forte che le accomuni in un'esperienza intrigante e piena di premesse, che le coinvolga e le appaghi; il sesso è solo una metafora. E infatti dai racconti erotici si passa presto ai racconti delle proprie esperienze, agli stati d'animo, alle vicende di vita, alle chiacchiere tra amiche.
Dalle chiacchiere all'aiuto vicendevole il passo è breve.
Le amiche, panacee di tutti i mali. Le amiche, casse di mutuo soccorso, ancore di salvezza durante i naufragi, spalle su cui piangere al telefono, complici e alleate, membri di sette segrete, confessori, avvocati, giudici e angeli custodi. Le amiche, affiliate in piccoli gruppi, rete di salvataggio del mondo femminile moderno.
L'autrice propone questa storia, condita con un po' di sale e malizia, cercando di inserirsi nella scia luminosa della serie tv che è piaciuta tanto alle donne negli ultimi anni, Sex and the City, senza però riuscire nell'intento. Cede infatti alla tentazione di raccontare alle lettrici esattamente quello che queste vorrebbero accadesse, non in un'ottica di finzione letteraria, ma di un felice quanto irrealizzato happy end delle proprie storie personali.
Aimee, Margot, Brooke e Lux si compattano in una sacra alleanza che permette loro di realizzare i propri sogni, sconfiggere la solitudine, risolvere i problemi pratici e logistici, di trovare l'amore e la strada giusta nella vita. Nientemeno, come se nella frequentazione settimanale di questo club esclusivo si trovasse la risoluzione magica ed istantanea di tutte le problematiche connesse alla vita quotidiana. Dopo una buona partenza, la trama prende la direzione facile della favoletta, in cui Cappuccetto Rosso si allea con la nonna per far fuori il lupo e vissero tutte felici e contente.
Deludente e povero, semplicistico e banale: ovviamente, ne faranno un film.


05 novembre 2006

La corsa all'abisso


Quando l'ossessione ha il sapore della passione. Quando dipingere ha la compulsione forte del piacere. Quando talento, passioni, ambiguità e contrasti si fondono in una personalità geniale e si esprimono dentro un contesto formale e repressivo, abbiamo un uomo come Michelangelo Merisi, passato alla gloria dei posteri come il grande Caravaggio.
La cronaca storica ci dice in modo sommario che nacque a Caravaggio nel 1571, che andò a bottega a Milano e che, trasferitosi a Roma, si conquistò la notorietà artistica, conteso e protetto da mecenati potenti e spesso osteggiato dagli avversari politici di questi ultimi. Inseguito in egual misura dalla fama e dagli scandali, cercò rifugio prima a Napoli, poi a Malta e in Sicilia, per morire infine assassinato a 38 anni, in un modo misterioso e controverso mentre era, forse, diretto nuovamente a Roma.
Per la storia dell'arte fu un genio assoluto: seppe rivoluzionare i canoni della pittura fino ad allora concepita, mescolando ai colori forti e ai contrasti di luce una sensualità e un erotismo addirittura smaccati. Per la prima volta conferì dignità al realismo nell'arte e influenzò con la sua opera le generazioni successive di artisti. E come tutti i geni che precorrono i tempi, fu da una parte osannato, dall'altra bollato, ma per lo più incompreso dai suoi contemporanei, che lasciarono alle generazioni a venire il compito oneroso di sostenerne il mito.
Di lui non abbiamo memorie, lettere o altri documenti in cui parli di sé all'infuori dei suoi quadri e proprio da questa semplice constatazione ha preso forma l'idea di Dominique Fernandez, il grande italianista francese, di ricostruirne la vita lasciando parlare le sue opere. In questa autobiografia immaginaria splendidamente romanzata, Caravaggio rinasce per raccontare a noi contemporanei la vera scintilla della sua arte, la sua vita in essi velata.
Artista omosessuale prigioniero delle barriere culturali del suo tempo, si dibattè nel pantano di una vita sregolata e di eccessi, in cui capolavori e fama si alternarono a processi e scandali, arresti, aggressioni, addirittura un omicidio. Il contrasto delle sue passioni è evidente nei quadri che dipinge: una sensualità e un erotismo palesi, la fisicità piena dei corpi, soprattutto maschili, il piacere profano della musica, la rigogliosità "oscena" della natura, la violenza e la forza dei gesti, sorpassano di parecchio i canoni rigorosamente religiosi imposti dall'austero secolo della Controriforma.
Diede ulteriore scandalo scegliendo come modelli maschili i corpi giovani e seducenti dei propri amanti e per quelli femminili i corpi blasfemi delle giovani prostitute di Roma. Fece posare la gente di strada per i volti dei santi e dei personaggi biblici, introdusse scenografie non stereotipate, emozioni nuove e forti dove prima non vi era che la fissità stereotipata della tradizione.
Tesi dell'autore è che Caravaggio, compiaciuto della propria bravura e tentato dalla fama artistica, si lasci tuttavia sedurre dal lato oscuro della propria genialità, scivolando inesorabilmente nell' abisso senza luce della propria rovina. Come se soltanto nelle situazioni più estreme e degradanti egli trovasse l'essenza della vita stessa, la scintilla della creazione, l'impulso a dipingere.
Le emozioni violente che sfociano nella morte sortiscono su di lui un effetto quasi ipnotico: si firma una sola volta, con il nome Michelangelo, e lo fa nella scia di sangue della testa mozzata di S.Giovanni Battista; in alcuni quadri riconosciamo le sue fattezze nei personaggi che assistono a scene di martirio e addirittura si rappresenta nella testa mozzata del gigante Golia.
Per Fernandez questa è la firma che l'artista pone a compimento della propria vita: Caravaggio cercò un tale destino per se stesso, una morte violenta per mano di una persona amata, trovando così nel connubio amore/morte l'apice assoluto della propria arte.
Dominique Fernandez ci offre in questo bel romanzo la ricostruzione di una vita avventurosa e non facile, ma che per forza di cose è lacunosa e ipotetica come la materia a cui attinge. Egli da grande risalto alla dimensione intima dell'artista, ai suoi sentimenti privati, ma poco spazio concede invece al contesto politico in cui Caravaggio si muoveva, al contrario di altri accreditati biografi.
Il romanzo racconta con gli occhi di un ammiratore commosso: parziale, ma appassionato.

17 ottobre 2006

Un fiume di tenebre



Tradizione vuole che il buongiorno si veda dal mattino, e infatti il titolo scelto per il romanzo "Un fiume di tenebre" ("River of Darkness") non sembra presagire una giornata rischiarata da chissà quale sole di originalità ed inventiva. D'altra parte le premesse in parte intriganti - l'ambientazione nelle campagne inglesi del primo dopoguerra, la riproposizione riveduta e corretta al gusto moderno del classico giallo inglese - invitano alla prudenza e rimandano il giudizio a un numero di pagine lette più opportuno...
La storia è questa: Surrey, Inghilterra,1921. A soli tre anni dalla fine del primo conflitto mondiale, la campagna viene ritratta inspiegabilmente integra e naif come una cartolina senza età: priva di cicatrici, mostra il volto bucolico di graziosi cottage lindi e sonnacchiosi riuniti intorno ad alcune ville padronali, come un gruppo di candide pecorelle amorevolmente sorvegliate da un solerte cane pastore.
Il quadro idilliaco viene turbato allorchè un ignoto assalitore sparge strage in belle magioni, sterminando con furia cieca e modalità ritualistiche torme di bambinaie, giardinieri, domestici e famigliole felici in attesa del banchetto domenicale apprestato in veranda.
Subito vigile sull'attenti, Scotland Yard, lontana cugina dell'FBI, interviene a scongiurare il pericolo, mettendo in campo un massiccio spiegamento di forze, tra cui spicca lo scialbo investigatore John Madden. L'investigazione procede come da manuale (Sherlock Holmes docet) in una spirale geometrica di indizi e deduzioni, con malcelata e malriuscita malizia di una relazione amorosa tra l'investigatore e la bella dottoressa.
Si sa che nel 1921 il mondo scientifico moderno era ancora al di là da venire, eppure Scotland Yard viene mostrata ai massimi vertici dell'efficienza investigativa: è tutto un fermento di ricostruzioni sul campo, di minuziose raccolte di indizi di ogni sorta, raffiche di analisi di laboratorio, scartabellamento di archivi, collaborazioni con altri dipartimenti, teorie mutuate da altre discipline. Il che, semplicemente, non è realistico. L'approccio olistico a qualsivogliacosa è un concetto assolutamente moderno anche per noi, e a volte ancora utopico. Strumenti attuali come computer, reti internet, banche dati, archivi integrati, etc non compaiono ovviamente nella narrazione, ma il loro uso è talmente familiare nella mentalità dell'autore, che la loro presenza si avverte tra le righe di inizio secolo, anche se non è esplicitata.
La resa psicologica dei personaggi appare ancor più piatta se messa in relazione allo sforzo di prospettiva storica nell'ambientazione. La morsa della guerra appena trascorsa si avverte unicamente nelle menti dei tre (principali) protagonisti:
Amos Pike, il serial killer, è un grosso bestione con un bagaglio standard di tragedie familiari subite nell'infanzia. La guerra gli fornisce l'occasione e i mezzi per inaugurare la carriera di assassino, ma non vi è in tale passaggio alcuna metafora o approfondimento psicologico, solo una circostanza.
John Madden, il commissario di Scotland Yard, altero e impersonale come gli eroi delle serie tv investigative di questi anni: magnanimo e distante, temprato da un passato fascinoso di traumi personali, saggiamente riflessivo e scattante all'occorrenza. Egli vegeta in un presente limbico dopo la scossa delle trincee. Abbandonato ogni legame affettivo, dedito al dio lavoro e pronto per essere promosso eroe sul campo, ottiene in premio la gloria e il bacio della più bella.
Helen Blackwell, ricca, sofisticata, libera ed emancipata, in carriera e soprattutto donna, quando tutte queste cose insieme in quel contesto storico e sociale non erano nemmeno pensabili. Uscita dagli anni della guerra come una farfalla dal suo bozzolo, si impone come eroina del romanzo, pur non avendone motivo.

L'autore Rennie Airth compone un collage di elementi che non si amalgamano, fornendo un esercizio sufficiente, ma che non brilla. Il ritmo della suspance narrativa viene smorzato dalle numerose comparse di personaggi minori e relativo lungo e noioso elenco di nomi, descrizioni, dettagli inutili. Infine il killer, braccato, muore, ma alla conclusione mancano ancora dei capitoli...e al lettore smaliziato basta un attimo per capire l'epilogo: addio al finale a sorpresa!


25 settembre 2006

Grimpow



Uffff....
Che noia, ragazzi! E' sempre la stessa solfa: il protagonista ragazzino Grimpow rinviene, tra le mani di un misterioso cavaliere morto, l'autentica pietra filosofale, possesso che lo rende un eletto, e lo mette sul cammino invisibile della Conoscenza. Sverna appollaiato nella biblioteca dell'abbazia di Brinkdum studiando filosofia e astronomia; così rinnovato nella scienza e nello spirito, all'arrivo della primavera, si accoda come scudiero al Cavaliere Salietti ed entrambi, agenti segreti sotto copertura, si mettono in mostra ai tornei, mentre nottetempo rincorrono il segreto dei Templari.
Lungo e prolisso, senza energia, scontato, banalissimo. Scritto nello stile sdolcinato e patinato dei romanzetti romantici, si stenta a credere che l'autore sia un uomo. Pare che di professione Rafael Abalos faccia l'avvocato, ambito in cui sarà senzaltro più incisivo...almeno glielo auguriamo. Eppure...come il falso oro degli alchemici, questo romanzo luccica e viene venduto a palate. Come mai? Semplice: cavalca l'onda fangosa della moda, scopiazza bellamente Il nome della rosa e Il codice Da Vinci, sullo sfondo accomodante ma finto dell'avventura per ragazzi.
Eppure qualcosa, anche così, si poteva fare: rinnovare il linguaggio, rinforzare i contenuti, insinuare il dubbio (cioè fare un po' di vera filosofia), marcare i personaggi, dare qualche scossa al mondo piatto degli adulti... Macchè.
Dov'è la sferza del linguaggio irriverente tipico degli adolescenti? ( e che non sia banale, quindi non citatemi Moccia, vi prego). "Le nuvole soffici come fiocchi di cotone" andavano bene ai tempi gloriosi di Haidi e dei 5 anni vissuti pericolosamente negli anni '70, non certo nell'era digitale. Dove sono le corde che accendono davvero l'interesse, dov'è la vera vocazione all'avventura, la rottura delle tradizioni, la strada nuova per la vecchia, l'autentica tensione sessuale del tempo delle prime volte, l'ambigua attrazione per la morte? (Ah, che nostalgia per l'altrettanto inflazionato Giovane Holden!)
Cosa c'è di più noioso di un teppistello riportato sulla via della saggezza da una forza misteriosa ma priva di fascino, che si mette a studiare con piacere (ah ah ah) vecchi tomi polverosi, che si dedica anima e corpo all'ideale cavalleresco (questo sconosciuto), che si spreme le meningi sopra i misteri alchemici (alcheche? Alzi la mano chi ne sa davvero qualcosa!), che risolve imbarazzanti rebus enigmistici per la salvezza dell'umanità? Basta! Non se ne può più.
Al bando le inflazionate storie di Templari, le clonate compagnie dell'anello e varianti, la ricerca del Santo Graal, della Pietra Filosofale, gli indizi nascosti nelle cripte di antiche chiese catare.....Eretici d'ogni sorta, santi ciarlatani e orde di cavalieri senza testa che popolate come zombi la sottocultura del genere fantasy, levate il bivacco importuno di questa spazzatura pseudoletteraria che offende l'immaginazione.
Lasciateci dunque i classici indimenticabili: Il nome della Rosa, Indiana Jones, Il signore degli anelli e pochi altri. Sia fatta eccezione per qualche autentica interessante novità come Harry Potter, ma che non senta più parlare de Il codice Da Vinci, per carità!