28 settembre 2007

Erano solo ragazzi in cammino

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Ecco la versione intelligente della semplice prova di Hosseini: la biografia romanzata (dal geniale ed impegnato Dave Eggers) di Valentino Achak Deng, profugo da quell’angolo di sabbia infernale che è il Darfur, Sudan.

Scrolliamoci di dosso l’illusione un po’ patetica di essere dei sopraffini intenditori di intimistiche tragedie e sentimenti profondi, conoscitori esperti delle complesse dinamiche umane, provetti arbitri elegantiae nell’espressione degli strati più profondi dell’anima, titoli di cui ci fregiamo per aleatori meriti di cultura, di censo, di casta, di etnia e religione.

Volgiamoci con un po’ di umiltà, anche letteraria, a quest’uomo così nero, così africano, e così straordinariamente capace di darci una grande lezione di introspezione.

 

Valentino Achak Deng nasce e vive alcuni anni in una terra multietnica e pacifica, finchè questa viene devasta da parte di bande di murahaleen, assoldate dal Governo centrale del Sudan per evacuare il sud del paese, sotto la cui arida terra e nel cuore di una tradizione di agricoltori, si è scoperto scorrere il petrolio. Per appropriarsene e sfruttarlo, non esita a trucidare i propri abitanti. Così Achak fugge dall’annientamento del popolo Dinka, a 6 anni, insieme ad altre centinaia di ragazzi come lui: i Ragazzi Perduti. Attraversano il deserto nudi, senza cibo o acqua, inseguiti e stanati da uomini e animali feroci, morendo a migliaia. Quelli che sopravvivono raggiungono l’Etiopia, da dove vengono cacciati, poi il Kenya, dove vengono accolti e  imprigionati, ospiti forzati e detestati. Le prove estreme della sopravvivenza si vanificano e la vita vegetativa nel caos dei campi profughi mina la dignità che ancora rimane. Dopo 10 anni, un programma di recupero degli orfani da la possibilità ad Achak di ricominciare una vera vita in America…ma, come si dice, tutto il mondo è paese…

 

600 pagine di emozioni, lacrime e vergogna, intensi e reali.

Bellissimo, profondamente triste, straordinariamente istruttivo, dotato di quella scintilla di intuizione che va dritto al nostro cuore occidentale, bianco ed usurato.

Un romanzo di formazione, per chi ancora ne ha l’età mentale.

 

www.valentinoachakdeng.org

12:01 Scritto da: ondina_delmare in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (12) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

13 settembre 2007

Mille splendidi soli

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Vi prego, andiamoci piano con le parole…

Dovunque il secondo romanzo di Khaled Hosseini è clacsonato “Un capolavoro! Un capolavoro!”, cosa che assolutamente non è…quindi concludo che le mie misurazioni sono sostanzialmente differenti da quelli altrui.

Non mi resta che prendere le distanze: come potreste mai definire “un capolavoro” un’abbuffata al fast food (anche se state morendo di fame e si sa che la fame è un buon condimento) o una pizza fumante e birra fredda davanti alla partita ( anche se, sono sicura, in un momento così non potreste desiderare altro)? Un capolavoro, per proseguire la metafora, è una cena elaborata, composita, inserita in un contesto perfetto, dal vino all’atmosfera, evento unico ed irripetibile, il cui ricordo rimarrà fissato per sempre.

 

Mille splendidi soli è semplicemente un romanzo non tanto ben costruito (la trama non si amalgama, ma giustappone delle sequenze), pessimamente scritto (vedi sotto le voci: banale, noioso, spesso melenso, corretto senza essere originale, piatto e semplice semplice semplice), privo di un serio approfondimento psicologico dei personaggi, portatore di una morale lapalissiana, cioè che “il dito accusatore di un uomo troverà sempre una donna a cui dare la colpa”. Questo è abbastanza vero in qualunque parte del mondo, non c’è bisogno di andare fino in Afghanistan.

 

La vicenda di Mariam, figlia illegittima nell’Afghanistan degli arcaici vincoli sociali, si svolge inevitabile e triste nella rassegnazione di sé e in un limbo di anni uguali a se stessi, fino alla casuale collisione con un’altra donna, Laila, più giovane e volitiva, che porta in sé la fiammella della speranza e la pietra preziosa della determinazione. Unendo le loro vite e le loro forze, riescono ad ottenere quel primo, piccolo, ma importante riscatto sulla via per un mondo migliore.

 

Quello che emoziona in questo romanzo è proprio il filo di un’esistenza femminile destinata – e a volte votata – all’infelice secolare sottomissione all’uomo, alla logica del potere e della forza, cioè quello che è sempre accaduto, ed ancora oggi accade in molte realtà nostrane e non, e in cui soprattutto noi donne ci identifichiamo per ancestrale abitudine o per la nostra proverbiale coda di paglia.

Tragico e romantico insieme, doloroso e commiserativo, l’impianto del romanzo è smaccatamente ricattatorio, dal momento che ci sfida a non commuoverci di fronte all’infinita serie di tragedie storiche e sociali in cui occorrono le protagoniste. Si legge molto in fretta, presi più dalla corrente superficiale del cosa succederà che da una inesistente forza trascinante e profonda.