19 gennaio 2009

Letteratura ed altre amenità

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 Cos'è il Dolce Stil Novo?
Il Dolce Stil Novo è un'altra forma di scrittura simile all'Italiano studiata da Dante e Cavalcanti. (Gioele)
Qual è il valore letterario, morale e culturale della Divina Commedia?
La Comedia di Dante e molto importante perchè e scritta in rima per la dimensione. (Diego)
La divina commedia è un'opera italiana molto importante anche perchè è una cosa psicologica.( Amanda)
Cos'è la Scuola Siciliana?
E'un posto di incontro di Jacopo da Lentini e i suoi compagni. (Marco)
Come nasce il Volgare?
Il volgare dal latino vulgus (credo) nasce nel 195 a.C. (Beatrice)
 
Legenda=
i nomi dei ragazzi sono di fantasia; le loro citazioni, invece, pur provenendo da un mondo di fantasia folle e visionaria, sono reali!

03 dicembre 2008

"La droga" in classe

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TEMA IN CLASSE: 

LA DROGA

"La droga è una malattia molto diffusa in Europa ed è aumentata grazie ai ragazzi di 15 o 34 anni. Ci sono molti tipi di droga (hashish, maryuana, cocaina, eroina e spinelli). Ci sono due tipi di droghe quelle forti e quelle leggere. E ci sono gli spacciatori che fabbricano la droga per poi venderla a caro prezzo. Poi c'è la droga che usano la gente famosa della televisione e il doping che serve per far vedere che ha molta forza ed ha molta esperienza. Grazie alla droha sono morte molte persone addesempio Marco Pantani, Eddie Guerrero, Bob Marley. Ed c'è molta gente che muore ogni giorno per incidenti perchè usavano droga. E si sente nel telegiornale che certe persone non centrano niente e ci vanno di mezzo. Non si deve usare la droga così non ti succederà niente."

21 novembre 2008

Diario di classe

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 Uno dei miei pargoli scrive sul diario di classe:

"Ieri a scuola ho fatto la verifica di geografia: ho fatto pena, non sono riuscito a finire, ho risposto soltanto a 5 domande e Gabriele e Federico continuavano a chiedermi se li potevo aiutare, come del resto nella verifica di storia, quando Federico continuava a chiedermi cos'è l'Umanesimo. Io non gli ho risposto, ma poi lo ha fatto Stefano, visto che se l'era scritto sulla gamba. Lussy, invece, si era scritta tutto sul banco. Luca, per sicurezza, si è riempito di bigliettini le mutande, mentre tutti gli altri assillavano Fabiola (ndr, la più brava della classe), come ad esempio Camilla, che si faceva dire tutto e poi lo scriveva sui bigliettini. Quando la Prof ha ritirato i fogli, approfittando della confusione, Camilla e gli altri sono corsi da Fabiola per farsi dire altre cose. E questo è irritante."

Non potete capire quanto mi sia divertita nel leggere tutto ciò....anzi, considerando che ho dato 2 sufficienze in storia e 1 in geografia....

08 novembre 2008

Verifica di Storia

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1) Chi sono gli "untori" durante il periodo della peste
quelli che ungevano le persone malate 
persone che usano le erbe per cucinare
medici che provano a curare la peste
quelli che proteggevano le case dalle streghe, ungendo le porte
le persone che ungevano gli ammalati
 
2) Che cos'è un lazzaretto
il lazzerotto è una persona che dice delle cose false alle altre persone
Lazzoretto è una persona che dice cose senza senso
dove curano i maiali
un lazzaro è una persona che cerca di fregare una persona dicendo delle cose non vere
è una specie di medico
 
3) Chi è un "mecenate"
un signore ricco che si occupava di mantenere le famiglie povere
un Mecenate è della famiglia Medici ed è amico dell'imperatore romano Augusto
 il mecenate è una persona che produce qualcosa e poi la da a un'altra che, in un'altra bottega, la vende e poi il ricavo viene diviso
 un mecenate è una persona che decide cosa deve fare l'altra persona
era una persona che cambiò le Signorie in Principati
 
4) Cos'è l'Umanesimo
 l'Umanesimo è quando un signore ricco paga qualcosa o da bere o da mangiare a un signore povero
l?umanesimo è il governo della signoria intesa come la signoria che comanda tutto il popolo
è una forma religiosa che si svolgeva nelle chiese
è uno stile d'arte
 
5) Cos'è una Signoria
è il castello del signore
è la casa del signore tipo la chiesa
la residenza del signore dove vive con i suoi servi scribi e persone che lo aiutano
è un grande monumento
le persone ricche
sono delle persone riunite a parlare di cose
è un'associazione del XV sec
 
6) I Medici a Firenze
 erano i capi dei medici
 
7) I dogi a Venezia
i doghi a Venezia erano 2
sono i duca, ma con un altro nome
 
 
 
Legenda: età anagrafica 12 anni, età mentale...indico un sondaggio!

Arieccoci

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Scusate amici che chissà se vi ricordate di me
sono ancora qui
come avrete immaginato ho poco tempo, purtroppo
leggo ancora, ma non riesco a recensire! Sigh...
Vi potrei dilettare con qualche chicca dei miei odiati studenti
perchè no?
baci

19 maggio 2008

Gomorra

In questi giorni è uscito nelle sale il film Gomorra, tratto dal saggio di Roberto Saviano. Vi ripropongo la recensione del libro, per chi volesse leggerlo.... 

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Noi Italiani siamo abituati ad avere familiarità con fenomeni storici complessi come la Mafia e la Camorra attraverso l’occhio mediatico, attraverso il cinema: un’etica malavitosa resa cult in film amercani di successo, dove il boss mostra un’immagine trendy, veste griffato, fa la bella vita e, infine, muore da eroe.

Nella realtà della finzione rimaniamo affascinati da un’immagine sfolgorante di potere che rivestiamo di luci virtuali e collochiamo lontano, in un olimpo hollywoodiano che ci rende assurdamente orgogliosi di una notorietà riflessa. La Mafia, la Camorra, non le sentiamo davvero a casa nostra, come una reale, continua emorragia di sangue, risorse, dignità…bensì come fenomeno di costume, caratteristico ed endemico, un souvenir come le gondole e il mandolino.

La prima cosa sconcertante è che loro per primi, i boss, hanno preso a modello le loro controfigure cinematrografiche, copiandone soggetti, atteggiamenti, tic, manie, e addirittura interi set. La seconda cosa è che a darci qualche spiegazione, a farci un’amara lezione sulla materia, a ragguagliarci sul come vanno le cose oggi, è un ragazzo del popolo napoletano, Roberto Saviano, armato di un coraggio davvero estremo. Con le sole armi della propria intelligenza, di occhi e orecchie sempre all’erta e dell’impossibilità di conciliare resa e destino, si è alzato contro i giganti del business e della morte. Se non fosse tragico, sarebbe comico.

I contenuti di questo libro-inchiesta sono sconvolgenti e scioccanti. Nessuna finzione o iperbole, nessun trucco o esagerazione. Un libro sulla Camorra, su una realtà che nessuno vuole ammettere, una cruda ed agghiacciante verità.

Tanto per cominciare, la “Camorra”non è più la Camorra: nessuno usa più questo termine desueto. Ora si chiama “Il Sistema”, una parola semplice ma di effetto, che definisce in modo preciso e perfetto quello di cui parliamo: un sistema economico fluido e allo stesso tempo complesso, un apparato organizzativo imponente e ramificato come uno stato, interculturale, transetnico, che impiega capitali economici ingenti, che utilizza tecnologie moderne, mantiene il controllo in modo militare e, sfruttando allo stesso modo droga, armi, commercio e persone, realizza utili da capogiro.

Uno stato di violenza e profitti che non ha lo Stato contro, bensì entrambi traggono benefici dalla comune e proficua convivenza. Boss che si mostrano con il volto dell’imprenditore di successo, clan che sfoggiano la benevolenza di padri di famiglia, sostenendo le famiglie degli affiliati, famiglie che si insanguinano dei delitti più atroci vantando una forte fede cristiana. Contraddizioni forti eppure reali. La condanna e la macchia di nascere nel cuore di questo impero del male e doverlo combattere o soccombervi, oppure la colpa o la vergogna di ignorarlo o sottovalutarlo.

Una consapevolezza amara e tardiva di aver varcato un limite impensabile per le coscienze ci coglie nel leggere la lettera scritta ad un prete da un ragazzino rinchiuso in un carcere minorile:

“Tutti quelli che conosco o sono morti o sono in galera. Io voglio diventare un boss. Voglio avere supermercati, negozi, fabbriche, voglio avere donne. Voglio tre macchine, voglio che quando entro in un negozio mi devono rispettare, voglio avere magazzini in tutto il mondo. E poi voglio morire. Ma come muore uno vero, uno che comanda veramente. Voglio morire ammazzato.”

Una cultura del successo che malvagiamente attrae, invece che indignare, che affascina i giovani, che sfrutta, che alla fine fa sempre la stessa cosa: uccide. Dignità, speranza, innocenza, onestà.
Sviscerare più a fondo i temi trattati nel libro toglierebbe il valore di testimonianza insito in esso: l’invito, quindi, è di leggere con partecipazione, scegliere di sapere. Le motivazioni che spingono a  questa urgenza, sono espresse dall’autore stesso con una lucidità sconcertante:

Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati.. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o ignorare-e riuscire quindi a vivere serenamente. (…)

E così conoscere non è più la traccia di un impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.”

(pag. 330-331)

 

 

A testamento ed ispirazione di questo lavoro profondamente intellettuale, oltre che di valore storico contemporaneo, il famoso “Io so” di Pasolini, citato da Saviano tra le sue pagine:

Io so

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.…

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.…

All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.

Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo…”
Pier Paolo Pasolini
Corriere della Sera, 14 novembre 1974

15 maggio 2008

A volte ritornano....

fde3888d16b7c2eeb6dc2bfa22afd7d4.jpg Cari amici bloggers, ecco il motivo della mia assenza.......vi presento Sibilla, neanche a dirlo, il mio capolavoro!

Al momento sono un tantino impegnata, ma abbiate fiducia, tornerò presto a scrivere di libri (certi amori non muoiono mai).

Vi penso sempre e un uccellino mi tiene informata. Un abbraccio a tutti!

28 settembre 2007

Erano solo ragazzi in cammino

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Ecco la versione intelligente della semplice prova di Hosseini: la biografia romanzata (dal geniale ed impegnato Dave Eggers) di Valentino Achak Deng, profugo da quell’angolo di sabbia infernale che è il Darfur, Sudan.

Scrolliamoci di dosso l’illusione un po’ patetica di essere dei sopraffini intenditori di intimistiche tragedie e sentimenti profondi, conoscitori esperti delle complesse dinamiche umane, provetti arbitri elegantiae nell’espressione degli strati più profondi dell’anima, titoli di cui ci fregiamo per aleatori meriti di cultura, di censo, di casta, di etnia e religione.

Volgiamoci con un po’ di umiltà, anche letteraria, a quest’uomo così nero, così africano, e così straordinariamente capace di darci una grande lezione di introspezione.

 

Valentino Achak Deng nasce e vive alcuni anni in una terra multietnica e pacifica, finchè questa viene devasta da parte di bande di murahaleen, assoldate dal Governo centrale del Sudan per evacuare il sud del paese, sotto la cui arida terra e nel cuore di una tradizione di agricoltori, si è scoperto scorrere il petrolio. Per appropriarsene e sfruttarlo, non esita a trucidare i propri abitanti. Così Achak fugge dall’annientamento del popolo Dinka, a 6 anni, insieme ad altre centinaia di ragazzi come lui: i Ragazzi Perduti. Attraversano il deserto nudi, senza cibo o acqua, inseguiti e stanati da uomini e animali feroci, morendo a migliaia. Quelli che sopravvivono raggiungono l’Etiopia, da dove vengono cacciati, poi il Kenya, dove vengono accolti e  imprigionati, ospiti forzati e detestati. Le prove estreme della sopravvivenza si vanificano e la vita vegetativa nel caos dei campi profughi mina la dignità che ancora rimane. Dopo 10 anni, un programma di recupero degli orfani da la possibilità ad Achak di ricominciare una vera vita in America…ma, come si dice, tutto il mondo è paese…

 

600 pagine di emozioni, lacrime e vergogna, intensi e reali.

Bellissimo, profondamente triste, straordinariamente istruttivo, dotato di quella scintilla di intuizione che va dritto al nostro cuore occidentale, bianco ed usurato.

Un romanzo di formazione, per chi ancora ne ha l’età mentale.

 

www.valentinoachakdeng.org

13 settembre 2007

Mille splendidi soli

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Vi prego, andiamoci piano con le parole…

Dovunque il secondo romanzo di Khaled Hosseini è clacsonato “Un capolavoro! Un capolavoro!”, cosa che assolutamente non è…quindi concludo che le mie misurazioni sono sostanzialmente differenti da quelli altrui.

Non mi resta che prendere le distanze: come potreste mai definire “un capolavoro” un’abbuffata al fast food (anche se state morendo di fame e si sa che la fame è un buon condimento) o una pizza fumante e birra fredda davanti alla partita ( anche se, sono sicura, in un momento così non potreste desiderare altro)? Un capolavoro, per proseguire la metafora, è una cena elaborata, composita, inserita in un contesto perfetto, dal vino all’atmosfera, evento unico ed irripetibile, il cui ricordo rimarrà fissato per sempre.

 

Mille splendidi soli è semplicemente un romanzo non tanto ben costruito (la trama non si amalgama, ma giustappone delle sequenze), pessimamente scritto (vedi sotto le voci: banale, noioso, spesso melenso, corretto senza essere originale, piatto e semplice semplice semplice), privo di un serio approfondimento psicologico dei personaggi, portatore di una morale lapalissiana, cioè che “il dito accusatore di un uomo troverà sempre una donna a cui dare la colpa”. Questo è abbastanza vero in qualunque parte del mondo, non c’è bisogno di andare fino in Afghanistan.

 

La vicenda di Mariam, figlia illegittima nell’Afghanistan degli arcaici vincoli sociali, si svolge inevitabile e triste nella rassegnazione di sé e in un limbo di anni uguali a se stessi, fino alla casuale collisione con un’altra donna, Laila, più giovane e volitiva, che porta in sé la fiammella della speranza e la pietra preziosa della determinazione. Unendo le loro vite e le loro forze, riescono ad ottenere quel primo, piccolo, ma importante riscatto sulla via per un mondo migliore.

 

Quello che emoziona in questo romanzo è proprio il filo di un’esistenza femminile destinata – e a volte votata – all’infelice secolare sottomissione all’uomo, alla logica del potere e della forza, cioè quello che è sempre accaduto, ed ancora oggi accade in molte realtà nostrane e non, e in cui soprattutto noi donne ci identifichiamo per ancestrale abitudine o per la nostra proverbiale coda di paglia.

Tragico e romantico insieme, doloroso e commiserativo, l’impianto del romanzo è smaccatamente ricattatorio, dal momento che ci sfida a non commuoverci di fronte all’infinita serie di tragedie storiche e sociali in cui occorrono le protagoniste. Si legge molto in fretta, presi più dalla corrente superficiale del cosa succederà che da una inesistente forza trascinante e profonda.

30 maggio 2007

Le pecore e il pastore

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Gli anni passano per il maestro Camilleri, non è un mistero, e forse essi lo liberano dalla necessità di stupire il mondo; non ha più bisogno di comporre opere prime, catturare il succo della terra siciliana e tradurlo in storie.

Fino ad ora abbiamo potuto godere di un prodotto letterario finito. In questa occasione ha forse voluto accompagnarci dietro le quinte della composizione di un romanzo, dove nasce l’idea, dove si fiuta la storia, per mostrarci come si insegue il sottile filo che unisce la realtà alla finzione letteraria, dove la storia e le storie si confondono in una voce narrante.

“Le pecore e il pastore” non è un romanzo, né un racconto in sé, bensì il racconto di come comincia un racconto, cioè il luogo mentale dove ha origine la scintilla creativa, una nebbia densa di indizi e personaggi che man mano si rischiara in diversi piccoli intrecci, ancora seperati da nessi mancati, caratterizzato da piani temporali ancora sfasati, disomogeneità di luoghi, motivazioni deboli, scarsi elementi.

La scintilla scatta leggendo in un libro una breve nota a piè di pagina, una postilla quasi insignificante che, però, lascia intravedere tutto un mondo di interrogativi. Camilleri ci spiega quale grande piacere sia seguire l’indizio, comparare le prove, verificare l’attendibilità delle fonti, scoprire il dettaglio , l’informazione, l’intuizione che ci spinge più in là, più vicino a quale verità o segreto non sappiamo ancora, ma che pregustiamo, come una caccia al tesoro, sofferta, piena di vicoli ciechi, false piste, dove il tesoro è magari reale, ma irraggiungibile.

La morale è che, come sempre, il piacere più grande, sta nella ricerca….

a) dove (ubi)

Camilleri ci guida in un tour storico investigativo nei luoghi che costituiranno lo scenario del “fatto”:

1)      l’eremo boscoso della Quisquina, sopra Palermo, che Rosalia Sinibaldi, futura santa patrona della città, nel XII secolo, scelse come luogo di ritiro mistico. La Quisquina diventerà via via nei secoli un rifugio di santi e peccatori, di fuggitivi e asceti, accogliendo prima e tradendo poi, infine, nel XIX secolo, “Il pastore”.

2)      il convento di monache benedettine del San Rosario di Palma, fortemente voluto dalla famiglia Tomasi, principi di Lampedusa, nel XVII secolo; nelle sue celle trovarono perpetua dimora le figlie in tenera età dei Tomasi, antesignane de “le pecorelle”, quasi sacrificate sull’altare di un fervore mistico totalizzante.

b) chi (quis)

I personaggi che si muovono, inconsapevoli, gli uni verso gli altri, in un sentiero tracciato in tempi diversi.

      1) Giovanni Battista Peruzzo, Vescovo di Agrigento, difensose dei diritti dei contadini nella terra principe del latifondo, la Sicilia. Simbolo della contraddizione in seno alla Chiesa, combattuto tra l’anima povera e l’anima ricca, tra la giustizia e la sottomissione, tra la missione e l’obbedienza.

Amato e temuto da molti, subisce un agguato quasi mortale nel perimetro sacro e profano della Quisquina; la sua sopravvivenza sembrerà ai più un segno della benevolenza divina.

2)    Suor Maria Crocifissa della Concezione, secondogenita di Giulio Tomasi e di Rosalia

Traina, venuta al mondo con un destino monastico, nel 1658 a soli 13 anni entra nella clausura del convento del San Rosario di Palma, insieme alle sorelle. Tra digiuni, preghiere, cilici e frequenti estasi, leggenda vuole che il Diavolo in persona intrattenesse un carteggio con lei e, alla fine, deluso, le lanciasse addirittura un sasso. Il suo sventolato ideale mistico, la sua abnegazione in nome dell’obbedienza, nonostante vari indizi facessero pensare più ad un disagio psichico che ad una naturale vocazione, la portarono alla soglia della santità, e ne fecero un esempio per tutte le future consorelle.

c) cosa, in che modo (quomodo) e quando (quando)

Il fatto in nuce si distingue in due fasi: nel 1956 il vescovo si trova alla Quisquina in compagnia dell’amico Don Graceffa, quando ignoti gli sparano. La ferita è molto grave, ma Peruzzo resiste fino all’arrivo dei soccorsi e, dopo vari giorni in bilico tra la vita e la morte, si salva. Sebbene in molti avessero interessi politici alla sua dipartita, soprattutto per la sua pozizione a favore dei contadini, la stampa, le forze dell’ordine e infine il processo stesso non ne fanno mai cenno, e tutto si risolve in una questione di banditismo.

Contemporaneamente a questi fatti, nei giorni in cui Peruzzo si trova in condizioni gravi, la comunità del monastero benedettino di Palma di Montechiaro, guidato dalla Badessa Enrichetta Fanara, per unanime consenso, sacrifica la vita di 10 giovani suore in un patto con Dio per il quale, a fronte delle 10 vite, sia fatta salva quella del vescovo.

Il fatto è inquietante. Le pecore, trascinate da fervore mistico, nella scia di tradizione del convento, commettono forse un sacrilegio di cui non si rendono conto, concedendo nuova linfa ad antichi riti pagani, a una visione del mondo precristiana, ad una febbre poco ortodossa e poco religiosa, che dal mistico sconfina assurdamente nell’eretico.

d) perché (quid)

Camilleri, e tutti i lettori con lui, si interrogano sulle ragioni che possono aver condotto a quest’epilogo, e più in generale, sulla natura dei rapporti che legano emblematicamente le pecore e il pastore, le contraddizioni mai sciolte tra clero e fedeli, tra dogmi e sentimenti.

L’autore investiga su tutti i dettagli, le sfumature, i moventi e gli sfondi psicologici, ma data la materia trattata, il suo istinto investigativo, infine, si arrende, con una domanda in punta di penna…..al di là, una storia tutta da immaginare.

 

Il gioco dell’investigatore ci viene servito come piatto unico, ma è solo un antipasto che ci stuzzica l’appetito e ci lascia a pancia vuota. Gli indizi, i brevi approfondimenti storici, le poche notizie costutuiscono probabilmente un buon canovaccio per una storia, non la storia stessa.

Da questo lavoro preparatorio si potrebbe forse ricavare una grande storia sicialiana di contesti, personaggi e segreti inizialmente da immaginare, lentamente da svelare, pienamente da gustare e infine completamente da portare alla luce, in una cornice romanzesca ampia e compiuta.

Le motivazioni dell’autore alla base di questa scelta rimangono insondate.

17 maggio 2007

Cunnilingusville



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Augusten Burroughs

CUNNILINGUSVILLE

Strade Blu - Mondadori, 2007

 

 

Non fatevi ingannare dal titolo, Cunnilingusville, scelta dell’editor italiano a mio parere accattivante solo nelle intenzioni e assolutamente fuori luogo, dato che, per inciso, l’autore è gay.

Il titolo originale, Magical Thinking, allude a quella vaga suggestione mentale che talvolta, con la propria forza ( e soprattutto con il nostro fervente desiderio),  agirebbe sulla materia cambiandone in modo “magico” le regole che le sovrintendono così da mutare per una volta, per quella vitale, fondamentale volta, il regolare corso del destino.

L’autore di questa raccolta di mini-racconti autobiografici, Augusten Burroughs, ci informa di esservi ricorso spesso, utilizzando il pensiero magico come una sorta di mantra, di antidoto mentale all’avvelenamento della vita che, nel suo caso, più che avventurosa potrebbe definirsi tragicomica con lieto fine.

A cosa gli sia successo di così strano allude qua e la, tra le righe, mai melenso o sentimentale, piuttosto crudo, a volte brutale e secco, ma sempre così piacevolmente acuto, ironico, brillante, divertente. Un David Sedaris con una materia più ricca a cui attingere, con una scrittura più profonda e tormentata, più intensa. Ciò che ci racconta spazia dalle relazioni con i suoi uomini, dagli incontri occasionali nei bar a quelli con i vari fidanzati, al suo lavoro creativo di successo per la pubblicità, a vari eventi resi accattivanti e irresistibili dal suo modo unico di raccontare, come ad esempio Debby, la donna delle pulizie che si infiltra nella sua vita come un navigato agente della Cia, o del topo clandestino, o del viaggio nella terra degli Amish.

Sarcastico e originale, un duro dal cuore tenero nonostante tutto, tanto più amabile quanto più è cattivo, umile o snob all’occorrenza, umorale e contraddittorio, di una vitalità davvero eccezionale.

Un auto-personaggio, creatosi sulla carta dalle proprie ceneri nella vita reale, irresistibile.

 

 

 

02 maggio 2007

Io & Marley



cari bloggers,
torno finalmente in superfice, dopo un periodo sotterraneo di bui e alterni stati umorali, con un libro dall'effetto balsamico, aperto come una risata inaspettata, piacevole come un massaggio tonificante, che compie un transfert liberatorio e terapeutico dall'autore al lettore:

IO & MARLEY

in principio ci sono John e Jenny, coppia di giornalisti trentenni sulla soglia della vita adulta. La carriera inizia a consolidarsi, comprano una casa nel sud della California, sperimentano l'agognata convivenza e conducono un sano stile di vita da single mangiando pizza, bevendo birra e godendo l'uno dell'altra.
Di pianificazione familiare neppure si parla, ma galeotta fu la pianta: lui la regala a lei, lei le concede troppa acqua e quella, sommersa dal troppo amore, muore. A questo punto lei entra in crisi: sarò mai in grado di prendermi cura di qualcuno? Saremo mai in grado di allevare dei figli?
La soluzione si profila nell'imparare a fare pratica....con un cane! E così la famiglia si allarga e fa la sua entrata un cucciolo di golden retriver, chiamato Marley in omaggio al grande cantante giamaicano.
Marley, il cane, non è esattamente un esempio di bon ton canino, dal momento che sbava ovunque, sventra divani e materassi, ingoia oggetti di varia natura (in una vasta gamma che comprende collane in oro e cacca di gallina) e non si vergogna di bere direttamente dalla tazza del gabinetto. Mastica qualunque materiale esistente, dalle scarpe ai cimeli di famiglia, si muove in modo goffo e maldestro e coabita con gli umani senza alcuna inclinazione al portamento e all'obbedienza.
Oltre a subire comportamenti socialmente discutibili, I Grogan sono costretti a ricorrere a lavori di ristrutturazione della loro casa ogni volta che si profila un temporale, a causa della furia cieca e del puro terrore che si impossessa di Marley al primo accenno di tuoni e pioggia.
Impossibile e ingestibile, restio al meccanismo base dell'apprendimento, indistruttibile quanto adorabile, eccentrico e un po' attore.
Il mentalmente instabile, disastroso, grosso, energico, inarrestabile Marley fa fare tanta e tale pratica ai Grogan che questi, convintisi di essere pronti e in grado di gestire una eventuale prole, sfornano ben tre figli.
La famiglia risulta quindi composta da 6 membri a pieno diritto. Marley accompagna tutti i suoi disastri con un incrollabile entusiasmo e un amore granitico e incondizionato per il resto del "branco", a cui destina attenzioni costanti per tutti i 13 anni della sua vita.
L'autore, John Grogan, riesce nella non facile impresa di raccontare il quotidiano senza annoiare, con un humor e una vivacità sorprendenti. Non si limita a raccontare le imprese, eroiche o esilaranti che siano, di un cane, ma arriva al nocciolo della fedeltà canina e all'essenza dell'affiliazione umana, legame che tiene avvinte le due specie dai tempi delle caverne.
Un libro che esorcizza il pudore di sentirsi così sentimentalmente coinvolti con gli animali, che libera dalla sciocca vergogna di amarli profondamente, che ribalta i termini di sudditanza uomo/cane e ne ribadisce con rinnovato rispetto lo status di antica amicizia.

11 febbraio 2007

Gomorra



Noi Italiani siamo abituati ad avere familiarità con fenomeni storici complessi come la Mafia e la Camorra attraverso l'occhio mediatico, attraverso il cinema: un'etica malavitosa resa cult in film amercani di successo, dove il boss mostra un'immagine trendy, veste griffato, fa la bella vita e, infine, muore da eroe.
Nella realtà della finzione rimaniamo affascinati da un'immagine sfolgorante di potere che rivestiamo di luci virtuali e collochiamo lontano, in un olimpo hollywoodiano che ci rende assurdamente orgogliosi di una notorietà riflessa. La Mafia, la Camorra, non le sentiamo davvero a casa nostra, come una reale, continua emorragia di sangue, risorse, dignità...bensì come fenomeno di costume, caratteristico ed endemico, un souvenir come le gondole e il mandolino.
La prima cosa sconcertante è che loro per primi, i boss, hanno preso a modello le loro controfigure cinematrografiche, copiandone soggetti, atteggiamenti, tic, manie, e addirittura interi set. La seconda cosa è che a darci qualche spiegazione, a farci un'amara lezione sulla materia, a ragguagliarci sul come vanno le cose oggi, è un ragazzo del popolo napoletano, Roberto Saviano, armato di un coraggio davvero estremo. Con le sole armi della propria intelligenza, di occhi e orecchie sempre all'erta e dell'impossibilità di conciliare resa e destino, si è alzato contro i giganti del business e della morte. Se non fosse tragico, sarebbe comico.
I contenuti di questo libro-inchiesta sono sconvolgenti e scioccanti. Nessuna finzione o iperbole, nessun trucco o esagerazione. Un libro sulla Camorra, su una realtà che nessuno vuole ammettere, una cruda ed agghiacciante verità.
Tanto per cominciare, la "Camorra"non è più la Camorra: nessuno usa più questo termine desueto. Ora si chiama "Il Sistema", una parola semplice ma di effetto, che definisce in modo preciso e perfetto quello di cui parliamo: un sistema economico fluido e allo stesso tempo complesso, un apparato organizzativo imponente e ramificato come uno stato, interculturale, transetnico, che impiega capitali economici ingenti, che utilizza tecnologie moderne, mantiene il controllo in modo militare e, sfruttando allo stesso modo droga, armi, commercio e persone, realizza utili da capogiro.
Uno stato di violenza e profitti che non ha lo Stato contro, bensì entrambi traggono benefici dalla comune e proficua convivenza. Boss che si mostrano con il volto dell'imprenditore di successo, clan che sfoggiano la benevolenza di padri di famiglia, sostenendo le famiglie degli affiliati, famiglie che si insanguinano dei delitti più atroci vantando una forte fede cristiana. Contraddizioni forti eppure reali. La condanna e la macchia di nascere nel cuore di questo impero del male e doverlo combattere o soccombervi, oppure la colpa o la vergogna di ignorarlo o sottovalutarlo.
Una consapevolezza amara e tardiva di aver varcato un limite impensabile per le coscienze ci coglie nel leggere la lettera scritta ad un prete da un ragazzino rinchiuso in un carcere minorile:
"Tutti quelli che conosco o sono morti o sono in galera. Io voglio diventare un boss. Voglio avere supermercati, negozi, fabbriche, voglio avere donne. Voglio tre macchine, voglio che quando entro in un negozio mi devono rispettare, voglio avere magazzini in tutto il mondo. E poi voglio morire. Ma come muore uno vero, uno che comanda veramente. Voglio morire ammazzato."
Una cultura del successo che malvagiamente attrae, invece che indignare, che affascina i giovani, che sfrutta, che alla fine fa sempre la stessa cosa: uccide. Dignità, speranza, innocenza, onestà.
Sviscerare più a fondo i temi trattati nel libro toglierebbe il valore di testimonianza insito in esso: l'invito, quindi, è di leggere con partecipazione, scegliere di sapere. Le motivazioni che spingono a  questa urgenza, sono espresse dall'autore stesso con una lucidità sconcertante:
"Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati.. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o ignorare-e riuscire quindi a vivere serenamente. (...)
E così conoscere non è più la traccia di un impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare."
(pag. 330-331)
A testamento ed ispirazione di questo lavoro profondamente intellettuale, oltre che di valore storico contemporaneo, il famoso "Io so" di Pasolini, citato da Saviano tra le sue pagine:
Io so
"Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero....

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale....

All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo..."
Pier Paolo Pasolini
Corriere della Sera, 14 novembre 1974

14 gennaio 2007

I Barbari



Se da un po' di tempo avete la sensazione che un nemico alieno si aggiri strisciante e furtivo tra voi, che impalpabile e vischioso si confonda in un orizzonte rassicurante e familiare; se avete l'impressione che occhi estranei vi osservino e che le persone intorno a voi, improvvisamente, comunichino tra loro in una lingua sconosciuta, è perchè I Barbari sono tornati, e questo è soltanto l'inizio!
Un'onda di tsunami che inesorabile e costante colpisce i confini del nostro tempo in una lenta e strategica avanzata, sommergendo e mutando la geografia del nostro territorio. Come già al tempo dei Romani, essi si infiltrano, efficaci e fugaci, colpendo le retrovie e ritirandosi nella boscaglia carichi di bottino. Nessuno li conosce e sa che aspetto abbiano, cosicché la loro fama di invincibili giganti li precede, seminando il panico, fino al cuore dell'impero.
Chi sono e cosa vogliono? Da dove vengono, come agiscono, ma soprattutto, come combatterli?
Alessandro Baricco torna al genere che più gli è congeniale, il saggio, per comporre l'identikit del moderno Lanzichenecco, responsabile dei ripetuti saccheggi alle propaggini esterne del nostro dominio culturale e di pericolose incursioni ai capisaldi del nostro dna sociale.
Con un meccanismo piuttosto banale e scontato si tende a identificare i nuovi barbari tout court con le nuove generazioni e lì a circoscriverli come un'anomalia, una generazione di pazzia che a volte capita in una discendenza nobile. Li vediamo nati dal ventre del consumismo, cresciuti nell'era dell'immagine e del disimpegno, nutriti dalla balia della facilità e della futilità. Li osserviamo dare per scontate la scienza e la libertà, non sapere nulla degli incredibili anni '70, ignorare l'esistenza dei favolosi anni '60, dei mitici anni '50, la drammaticità e la sofferenza della guerra e via via all'indietro fino all'inizio del mondo: non riconoscono eredità alcuna in questa stratificazione storica, non si sentono il prodotto di una concatenazione generazionale, non hanno alcun interesse a criticare ideali o valori. Ragionano in termini di velocità di movimento anziché di analisi riflessiva, superficie al posto di profondità, sequenze di frammenti di esperienze al posto di un unico lungo percorso, emozioni invece di sentimenti.
Increduli e boriosi contestiamo con forza quest'etica che consideriamo distorta, furba e senz'anima, forse perché siamo invidiosi che i nuovi arrivati ottengano con meno sforzo risultati migliori dei nostri e perché il vecchio mondo ci ha nutriti con l'idea che solo la fatica e la sofferenza ci possano premiare.
Questi barbari non sono portatori sani di una cultura regredita, ma appartengono, invece, a un mondo geneticamente mutato, un mondo dove, sostiene Baricco, non si respira più con i polmoni, ma con le branchie. Gli uomini mutano struttura, modo di vedere, di respirare, di pensare. E noi, abitanti del Vecchio e Morente, non ci siamo guardati bene allo specchio: facciamolo e noteremo un accenno di branchie. La mutazione è anche dentro di noi. E' un'onda che ci trascina, che ci accompagna, che ci porta altrove. Questo Altrove non coincide con l'Ade e dietro il cambiamento non vi si nasconde Satana. Più semplicemente stiamo navigando verso un mondo nuovo, germogliamo da un bulbo che ha esaurito la sua funzione, ci evolviamo. E se in questo processo perdiamo qualcosa, non è certo l'anima. E' già accaduto innumerevoli volte nella storia: la maggior parte di ciò che si è costruito, progettato, realizzato, è andato perduto. Eppure noi ci consideriamo i legittimi e fortunati eredi del paradiso terrestre, l'adattamento vincente al cambiamento. Ebbene....la corrente del cambiamento ci trascina ora con sé e, volenti o nolenti, ne cavalchiamo l'onda.
Baricco mette magistralmente in evidenza il nostro stato migratorio: mentre con polmoni nostalgici respiriamo il disorientamento nel maremoto della mutazione, contemporaneamente con le neonate, formidabili branchie, assaporiamo l'ossigeno di una nuova energia creativa.
Un viaggio emozionato e stupito sul perimetro delle nostre isole, un tuffo nel mare delle prospettive di domani, accompagnati da un Leonardo prestato alla letteratura che ci mostra uno specchio sorprendente in cui guardare al di là del nostro naso, da un capitano Ulisse che ci spinge al di là del mito delle colonne d'Ercole del nostro piccolo mondo conosciuto.

07 gennaio 2007

Il matrimonio di Liz Jones



Donna moderna e giovanile, con una carriera ben avviata corredata di stress, stipendio medio-alto, manie e idiosincrasie nella norma, affetta da shopping compulsivo, cerca marito optional, massimo trentenne, piacente e dotato, preferibilmente di spirito raffinato e amante dei gatti.
Offresi talamo a due piani con giardino privato, stereo e tv via cavo incorporati, mantenimento di qualità e possibilità di benefits da valutare in base al profilo e al potenziale: macchina, abbonamento in palestra, cene nei migliori ristoranti, week end di relax in giro per il mondo.
Liz Jones fa dell'autoironia, londinese e frizzante, il registro di scrittura di un diario-cronaca della propria vita sentimentale, incentrata sulla vera storia d'amore tra sé e il suo giovane marito, carino, mantenuto e nullafacente.
Dopo aver speso anni in preparativi per inviti mai ricevuti, risposte a domande mai formulate, interessi non suscitati, e aver investito lustri e denari in uomini che non si accorgevano nemmeno della sua presenza, incontra un ragazzo (molto) più giovane, che la corteggia. Abbandonata ogni residua prudenza, investe tutte le proprie risorse, materiali e non, nel costruire un lussuoso castello in aria. Il maritino, servito e coccolato, finisce col dimenticarsi di ringraziare e cresce insolente ed egoista, soffocato di attenzioni. La mogliettina, esausta, si ritrova con il solo desiderio superstite che tutto questo, semplicemente, finisca, e che il bel consorte faccia le valige e torni da mammà.
Liz Jones assomiglia alle donne che già si sono riconosciute in Bridget Jones: insicure e nevrotiche, alla ricerca spasmodica di ritorni affettivi, icone in fuga dal carcere dei single. Intelligente, brillante, alla moda, attenta al proprio aspetto e di buon carattere, finisce per chiedersi come sia possibile non meritarsi qualcuno alla propria altezza, come sia possibile essere scartata da uomini meno belli, meno in gamba, meno interessanti.
(Forse la causa sta nel pervicace e cieco perseguimento di ogni causa persa. Se avesse dato il benservito al pupo nel giro di un paio di capricci, invece che allevare un adolescente svogliato e strafottente, forse ci sarebbe stato spazio per una relazione perlomeno adulto/adulto. Se non si fosse intestardita a corteggiare uomini palesemente non adatti a lei (e a nessun altra...), forse ci sarebbe stato il tempo per incontri più ricchi di premesse.)
La parabola sentimentale di Liz Jones, da single a (forse) divorziata, passa per una penosa convivenza, senza il beneficio di qualche verità appresa: il suo diario autoironico diventa ben presto una cronaca dall'inferno dell'umanamente insostenibile, lucida e al contempo farneticante testimonianza di una sindrome da dipendenza.
Il lettore soffre giusto il tempo di comprendere quanto sia dannoso per lei ed estenuante per sé continuare questo calvario: a differenza della protagonista, a cui manca il coraggio di apporre da qualche parte la parola fine, egli rinuncerà sicuramente prima...